Un viaggio lungo migliaia di anni


Effettuando un rapido excursus storico alla ricerca del termine manna, risaliamo agli scritti biblici nei quali si ritrova traccia di un particolare fenomeno definito «pioggia di manna»: E la mattina ci fu uno strato di rugiada attorno all’accampamento. Lo strato di rugiada se ne andò, ed ecco sulla superficie del deserto qualcosa di fine, granulosa, minuta come la brina sulla terra. Il popolo la raccoglieva e se ne cibava. Piovve manna per tutto il tempo che gli Ebrei restarono nel deserto, 40 anni, smise allorché giunsero nella terra di Canaan. Quando gli Ebrei chiesero a Mosè che cos’era, lui rispose: E' il pane che il Signore vi ha dato da mangiare.

Fu questo il primo tentativo di spiegazione etimologica, che contiene sia il sapore del prodigio che del beneficio divino che accompagneranno per sempre la parola manna e ne condizioneranno la storia. Nella Bibbia si evolve a cibo celeste e cibo degli angeli, fino a divenire nel nuovo testamento simbolo di Eucaristia.

Dagli antichi greci al 1800: tra scienza e credenza

Per secoli il termine manna resta patrimonio esclusivo del popolo ebraico. Negli scritti greci e latini, DIOSCORIDE, PLINIO, GALENO e i GEOPONICI, parlavano di piogge di manna quando descrivevano il miele aereo o miele di rugiada.

Nel IX secolo, nell’opera «De simplicibus», di GIOVANNI MESUE, medico filologo vissuto a Damasco, riappare il termine manna. La novità che apporta Mesue è che tale sostanza non è più vista come un alimento ma come una medicina: Libera dalla bile con facilità, lenisce le gotta, il petto e il ventre; è sedativo della tosse.

Nell’XI secolo è AVICENNA a parlarne nella sua opera «Liber canonis» al cap. 489 sulla manna o miele: Cos’è la manna? È qualsivoglia rugiada che cade sopra le pietre e alberi e sia dolce, e coaguli come miele, si essicchi come gomma, come il tereniabim, il siracost e il miele proveniente dalla selvaggia terra di Corassan. Grazie ad AVICENNA si ha ora un preciso luogo di produzione, il Corassan, regione della Persia, e viene identificata con i prodotti chiamati Tereniabim (rugiada che si deposita maggiormente sopra l’Alhagi ) e Siracon (termine persiano che significa latte d’albero).

In conclusione possiamo affermare che per gli arabi la manna, da una parte è un prodotto vegetale ben preciso, che si raccoglie su e da piante particolari, dall’altra parte, obbedienti alla tradizione mistica, affermano che è una rugiada celeste.

Durante il Medioevo la manna rappresentava uno dei prodotti tipici importati dal Levante e partecipa al fiorentissimo commercio che fa capo alle città italiane. FRANCESCO BALDUCCI PEGOLOTTI nel suo libro sulla mercatura scritto intorno al 1340 dice: si vende a Costantinopoli, a Pera, a Famagosta di Cipri, ad Alessandria e a Messina.

Nel secolo successivo GIOVANNI DI ANTONIO DA UZZANO riferisce che per la manna si pagava una gabella a Firenze e a Pisa e che si commerciava a Damasco e a Genova. Mentre Venezia fungeva da crocevia internazionale per il commercio di questo prodotto, la cui provenienza orientale è sottolineata dall’aggettivo soriana (per soriana non si indicava il luogo di produzione ma il mercato in cui si acquistava).

Nel XVI secolo notizie estremamente dettagliate sulle manne orientali ci pervengono da CRISTOFORO ACOSTA e da GARZIA DA L’HORTO; e nel secolo successivo da PAOLO BOCCONE, un grande naturalista palermitano. Questi scrittori confermano che le manne erano prodotti tipici della Persia e che da lì venivano esportate a oriente verso l’India e a occidente verso i porti del mediterraneo. GARZIA DA L’HORTO descrive tre tipi di manna; CRISTOFORO ACOSTA, oltre a questi tre che definisce maggiori, altri due; PAOLO BOCCONE quattro. Essi conoscevano anche quella prodotta in Calabria a cui spesso paragonavano quelle di produzione orientale. ACOSTA conclude il cap. sulla manna dicendo: «La più ordinaria in Ispagna è quella di Calabria, ma la migliore e più eccellente è quella , che per via di Vinetia, viene di Levante».

Nel 1340 FRANCESCO BALDUCCI PEGOLOTTI scrive che la manna si vendeva anche a Messina, ma molto probabilmente era di provenienza orientale. Verso la fine del ’400, veniamo a conoscenza del fatto che si verificarono piogge di manna anche in Calabria. GIOVANNIGIOVIANO PONTANO, insigne umanista morto nel 1503, canta la manna calabrese nel carme «De pruina, et rore, et manna». Nel 1505 PIETRO CRINITO nel suo «De honesta disciplina» dice: Ai nostri tempi è molto stimata quella che chiamano calabrese. ANTONIOMUSA BRASAVOLA riporta che a Napoli durante il regno della regina Elisabetta, morta a Ferrara nel 1532, era stato messo un dazio sulla manna, segno che la quantità raccolta e il giro di affari che ne stava dietro erano notevoli.

Nella seconda metà del ’500 LEANDRO ALBERTI indica come area di produzione calabrese la valle del Crati. Mentre al 1570 risale il più antico documento che si conosca in cui si tratta di manna siciliana. Ne parla ORAZIO CANCILA in «Baroni e popolo nella Sicilia del grano». Nel ’600, dalle informazioni tramandate da PAOLO BOCCONE, sappiamo che in Italia si produceva manna nelle seguenti regioni: Sicilia, Calabria, Puglia, Molise, Lazio e Toscana. Questione molto travagliata fu quella di riuscire a stabilire se: la manna fosse un prodotto del cielo o della terra? di origine aerea o arborea? Cioè, se in definitiva si trattasse di un dono divino conformemente alla Bibbia e ai classici, oppure si tratti di un semplice prodotto di madre natura.

Nel 1539 ANTONIOMUSA BRASAVOLA aveva sostenuto: nessuno oserà dubitare che la manna è rugiada condensata... I due schieramenti sono presto fatti: da una parte chi sosteneva con osservazioni inoppugnabili che esisteva anche la manna arborea, dall’altra BRASAVOLA con una manna rigorosamente aerea. Per tutto il ’500 e ’600 la questione continua ad essere agitata e si ritrova in vari testi, dove la si tratta ora con l’ una ora con l’altra posizione. Si riscontra che fino al ’700 sotto il nome manna si comprendevano molti prodotti e ben diversi tra loro e tutta una serie di fenomeni che non avevano niente in comune tra di essi e con la manna come la intendiamo oggi. È proprio il ’700, con l’avvento dell’Illuminismo che si può porre come spartiacque tra il pensiero antico e medievale e il pensiero moderno; poco a poco, in conseguenza della riduzione dei significati del termine, il problema, se la manna è di origine celeste o arborea svanisce.

ARCANGIOLO LEANTI e VINCENZO VENUTA ci rendono partecipi che nel ’700 il grosso della produzione e il primato della qualità spettano alla Sicilia. Relegano tra i miti che si possa produrre manna di foglia e ci mettono a conoscenza dei nuovi canali commerciali: si esporta dalla Sicilia a Livorno, Genova e Marsiglia. In più ARNOLFINI affronta i termini economici del problema informandoci sulla quantità prodotta annualmente, circa 500 mila libbre e del valore commerciale di essa.

Ma proprio durante questo clima prevalentemente razionale, il 25 settembre 1792 a Vizzini, in Sicilia, piove manna dal cielo per circa un’ora e mezza. Avvenimento che si ripete il 26 e 27 alla stessa ora, le cinque di Spagna. Si deve a GAETANO MARIA LA PIRA, professore di chimica del corpo reale di Napoli, la descrizione migliore di tale evento, il quale casualmente si trovò in loco. L’accaduto fu però, per quanto possibile, minimizzato e spiegato con terminologia scientifica e valutazioni apparentemente razionali, mirando a rilegarlo, nel minor tempo possibile, nel dimenticatoio della collettività, visto che si trattava di un episodio in controtendenza rispetto alla cultura di quel periodo.